vita e opere

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo nel 1908. Il padre, che muore di cancro al cervello quando lo scrittore ha sei anni, è cancelliere al tribunale di Torino, ma la famiglia passa le vacanze estive in questo paesino del cuneese, tra Langhe e Monferrato. 
I primi anni di vita, trascorsi a Santo Stefano, a contatto con il mondo contadino, sotto la guida di un ragazzo più grande, Pinolo Scaglione, sono fondamentali per Pavese, per l’elaborazione della sua poetica, che considera l’infanzia come “età dell’oro”, nella quale ogni uomo compie delle esperienze che poi nel corso della sua esistenza si ripetono, anche se mai del tutto uguali. 
Nel 1916 la madre vende la cascina di Santo Stefano e acquista la villa di Reaglie, sulla collina torinese. Ma Pavese rimane legato a quel mondo mitico e vi ritornerà spesso da grande. 
A Torino Cesare frequenta il ginnasio inferiore presso l’Istituto “Sociale” dei gesuiti, dove ha come compagno di banco il futuro filosofo Ludovico Geymonat. In questo periodo, è ospite di casa Pavese Pinolo Scaglione, che, dopo il militare, spera invano di trovare un lavoro a Torino: si rinsalda così l’amicizia tra Cesare, ormai adolescente, e il giovane falegname, autodidatta e molto sensato. 
Pavese, intanto, passa al ginnasio superiore “moderno” (così detto perché non si studia il greco) “Cavour” e poi al mitico liceo “D’Azeglio”, che sarà fucina dell’antifascismo torinese, grazie a maestri di libertà come Augusto Monti (1881-1966), professore di Pavese e sua “guida spirituale”. Nel ’26 Pavese si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’ateneo torinese e nel ’30 consegue la laurea con una tesi sulla poesia di Walt Whitman (1819-1892), che gli procura parecchi fastidi. 
Il titolare di Letteratura inglese, Federico Olivero, rifiuta la tesi, perché la considera di indirizzo crociano e contraria ai principi ideologico-letterari del regime fascista. Pavese è costretto a trasformarla in tesi di Letteratura francese, che viene accolta, per intercessione di un giovane antifascista, Leone Ginzburg (1909-1944), dal titolare della materia, Ferdinando Neri (1880-1954), anch’egli in odore di “eresia”. Il giovane scrittore si accosta alla letteratura americana, perché, al pari di altri della sua generazione (si pensi a Vittorini), considera gli Stati Uniti come il regno della libertà, in contrapposizione al totalitarismo del regime fascista italiano.
Pavese spera in un posto di assistente universitario, ma non lo ottiene. 
Dopo esperienze saltuarie di insegnante, inizia la sua collaborazione con la casa editrice Einaudi, che raggruppa la “confraternita” degli ex allievi del “D’Azeglio”, che già nutrono sentimenti antifascisti. 
Nel ’34 viene nominato direttore della rivista “La Cultura”, rilevata dall’editore. Nel ’35 viene arrestato, assieme al gruppo torinese di “Giustizia e Libertà” e ad altri collaboratori dell’Einaudi, dietro soffiata di una “spia” d’eccezione, lo scrittore Pitigrilli (pseudonimo di Dino Segre), che definisce “La Cultura” “un ago calamitato sul quale si raduna tutta la limatura di ferro dell’antifascismo culturale torinese”. 
Pavese viene condannato a tre anni di confino e inviato a Brancaleone Calabro, dove rimane un anno, essendogli stata ridotta la pena per la domanda di grazia presentata, e inizia a scrivere un diario, “Il mestiere di vivere”, pubblicato postumo nel ’52. Nel ’36, per i tipi di “Solaria”, escono le poesie di “Lavorare stanca”. 
Un’edizione accresciuta viene pubblicata da Einaudi nel ’43. All’esperienza del confino si ispira il romanzo “Il carcere”, pubblicato nel ’49, in volume unico assieme a “La casa in collina”, col titolo “Prima che il gallo canti”.
Ritornato in libertà, Pavese apprende che la “donna dalla voce rauca”, Tina Pizzardo (1903-1989), da lui amata, sta per sposare un altro e attraversa una grave crisi. 
Continua a subire le persecuzioni del regime fascista. Non può insegnare nelle scuole pubbliche e viene assunto al liceo privato “G. Leopardi”, una specie di “ghetto” per antifascisti di cui è proprietario, assieme ai fratelli Massara, il vecchio amico e compagno di studi Ludovico Geymonat. Pavese continua a coltivare amicizie “compromettenti”. Partecipa alle riunioni degli antifascisti torinesi, anche se rimane in silenzio, fumando la pipa. Dà lezioni private al giovane Paolo Cinanni, da lui introdotto negli ambienti antifascisti, tramite il solito Geymonat, e a Gaspare Pajetta, che sarà ucciso in combattimento dai nazi-fascisti. 
Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, mentre i suoi amici sono coinvolti attivamente nella Resistenza, Pavese non trova il coraggio di partecipare alla lotta armata. Si rifugia presso la sorella Maria, a Serralunga di Crea e, successivamente, presso i padri somaschi, al collegio “Trevisio” di Casale Monferrato. 
Qui, per influenza di padre Giovanni Baravalle, ha una breve crisi religiosa. 
L’esperienza di questo periodo convergerà nel romanzo “La casa in collina”, in cui le incertezze di Pavese, la sua incapacità di avere un ruolo attivo nella lotta armata, saranno rappresentate dal protagonista, Corrado.
Nel dopoguerra, Pavese è una delle figure di spicco della casa editrice Einaudi. 
Si iscrive al Partito Comunista, alla sezione dedicata a Gaspare Pajetta: spiega questa decisione come “scelta di libertà”. Escono, presso Einaudi, i suoi romanzi: “Paesi tuoi” (1941); “La spiaggia” (1956; la prima edizione, presso Lettere d’oggi, è del ’42); “Feria d’agosto” (1946); “Il compagno” (1947); “Dialoghi con Leucò” (1947); “Prima che il gallo canti” (1949); “La bella estate” (1949), che gli frutta il Premio Strega; “La luna e i falò” (1950). Muore suicida, in una stanza dell’Albergo Roma, a Torino, nel 1950.
Pavese ha esordito come poeta. Con “Lavorare stanca” ha contribuito enormemente al rinnovamento della poesia italiana. 
Dopo una prima fase, dominata da un lirismo “tra di sfogo e di scavo”, l’esperienza della “poesia-racconto”, aperta da “I mari del Sud”, segna una svolta decisiva rispetto alla retorica della poesia dannunziana e alla “parola innamorata di sé stessa”, tutta giuocata sull’allusività e sulla forza evocativa, degli ermetici. Sull’esempio di Whitman e della letteratura americana, di cui è profondo conoscitore, Pavese dà vita ad una poesia che, sul piano formale, è narrativa, prosastica, affidata a versi lunghi e metricamente irregolari e, sul piano sostanziale, rappresentativa di realtà oggettive, di uomini e donne in carne ed ossa. 
Alle donne di cartapesta del crepuscolarismo il poeta contrappone donne concrete: donne di fabbrica, dei campi, donne da marciapiede, animate da desideri vivi e naturali. Carrettieri, “sabbiatori”, operai, ubriachi, sono i nuovi personaggi poetici, in una sorta di “avanzata della realtà”. 
E’ questa la poesia più autentica e innovativa di Cesare Pavese. Segue una terza fase, che segna il ritorno all’intimismo, anche se non si realizza in concreto quella poesia esclusivamente simbolica, priva di ogni riferimento naturalistico, alla quale Pavese aspira, secondo la dichiarazione di poetica contenuta nel saggio “A proposito di certe poesie non ancora scritte”, pubblicato in appendice all’edizione einaudiana di “Lavorare stanca”. 
Le poesie scritte dopo questa raccolta, riconducibili essenzialmente a due gruppi, “La terra e la morte” (pubblicate sulla rivista “Le tre Venezie”, nel ’47) e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (pubblicate postume, nel ’51), sono dedicate a due delle donne amate da Pavese: Bianca Garufi (1918), conosciuta nel ’45, alla sede romana della casa editrice Einaudi, con la quale il Nostro ha scritto a quattro mani il romanzo incompiuto “Fuoco grande” ( 1959); Constance Dowling, l’attrice americana della quale egli s’innamora nell’ultimo periodo della sua vita. Sono poesie molto tese, anche dal punto di vista ritmico, piene di violenza emotiva, dominate da metafore e similitudini. 
Tradiscono il dramma esistenziale del poeta, destinato a concludersi col suicidio e determinato dall’incapacità a comunicare con gli altri, di cui il rapporto difficile con la donna è solo una manifestazione.
La collocazione di Pavese nell’ambito del neorealismo è stata contestata da una parte della critica, che ha messo in risalto la componente decadente della sua opera, rappresenta dal regresso alla dimensione “astorica” dell’infanzia e dall’accettazione pessimistica del destino, che genera dolore e smarrimento. 
Ma il movimento neorealista, al pari di ogni altro, non realizza una rottura netta con quelli che lo hanno preceduto. Esso assomma alla fiducia nel futuro l’angoscia esistenziale, ereditata da un passato di guerra, che ha lasciato ovunque macerie, anche morali. 
Pavese vive tutta una serie di contraddizioni. Innanzitutto quella tra città e campagna, sin dalla prima opera edita, “Paesi tuoi”, nella quale Berto, uscito di galera, va a vivere in campagna, ma, nauseato dalla violenza, morale, fisica, sessuale, che la domina, ritorna in città. 
In secondo luogo, quella tra dimensione collettiva e dimensione individuale, tra impegno e riflusso nel privato. 
Il legame col Partito Comunista è un tentativo di comunicazione con grandi masse proletarie. 
In terzo luogo, quella tra passato e presente, tra mito e realtà. 
Non riesce a sciogliere, nella vita e nell’opera letteraria, queste contraddizioni, e perciò giunge al suicidio. 
Non è un caso che quasi contemporaneamente compone i “ Dialoghi con Leucò”, la sua opera più mitica, e “Il compagno”, la sua opera più realistica e più impegnata politicamente: un “romanzo di formazione”, in cui Pavese narra come un giovane chitarrista acquista coscienza politica ed entra in contatto con i partigiani comunisti. Pavese dà il meglio di sé quando è stretto tra due “poli” contrastanti.
La compresenza di queste contraddizioni, che trovano originale equilibrio, è percettibile nel suo ultimo romanzo, “La luna e i falò”, ambientato a Santo Stefano Belbo. 
Anguilla, un trovatello, dopo aver fatto fortuna in America, torna al paese ove ha trascorso l’infanzia, ma lo trova completamente trasformato. 
Del passato sopravvive solo Nuto, che impersona l’amico falegname Pinolo Scaglione, che, a sua volta, è l’uomo che Pavese avrebbe voluto essere: quello che sa parlare alle donne e sa agire. 
Ma emergono qua e là i fantasmi del passato: i cadaveri sfossati della guerra partigiana, gli odi tra fascisti e antifascisti.
L’opera è dominata da una dimensione ciclica: la storia umana si ripete, costituendo un destino. E questo suo ripetersi dimostra che i comportamenti degli uomini corrispondono a degli archetipi, a dei “modelli” precostituiti, fors’anche d’origine divina. Il mito si configura, dunque, come destino. 
Tutto rinvia all’infanzia, in cui ogni esperienza “in nuce” è stata compiuta. Ma il destino non si ripete mai uguale. 
Anguilla proietta la propria esperienza di fanciullo in quella di Cinto, un bambino claudicante, un diseredato come lui. Ma, come, da ragazzo, non si rassegnò al proprio destino di miseria, prendendo la via dell’America e facendo fortuna, ora egli non si rassegna neanche al destino di Cinto, ancora più atroce del suo, dopo che il padre, il Valino, un mezzadro disperato, ha ucciso il resto della famiglia e dato fuoco alla casa. 
S’incarica di dare un futuro al piccolo, sopravvissuto per caso alla tragedia familiare. E’ questa la dimensione storico-sociale, realistica, del romanzo e della concezione pavesiana della vita. 
Nonostante il destino, c’è la responsabilità dell’uomo di agire per la vittoria del bene sul male, c’è la necessità dell’impegno. 
L’uomo deve opporsi al destino con tutte le sue forze. Non è un caso che questa opposizione emerga anche dall’opera mitica per eccellenza, i “Dialoghi con Leucò”. L’ “ubris”, la ribellione al destino, è per Pavese l’elemento caratterizzante dell’uomo greco classico. Siamo in presenza di una visione tipicamente leopardiana. Rivive nella concezione pavesiana l’ultimo Leopardi della “Ginestra”, che invita gli uomini ad opporsi solidalmente al destino, pur nella consapevolezza della sua ineluttabilità. 
Viene superata, ne “La luna e i falò”, la prospettiva fatalistica de “La casa in collina”. 
Anguilla, a differenza di Corrado, trova la forza di agire: supera la dimensione egoistica, a cui lo tengono ancorato la sua ignoranza e l’individualismo contadino, che ha nel sangue, ed entra nella Resistenza; scoperto, è costretto a fuggire in America; fa fortuna, abbandona la metropoli, e ritorna alla campagna, per salvare un altro diseredato; lascia nuovamente la campagna e riparte per la città. Ma se ne “La luna e i falò” Pavese raggiunge un equilibrio tra le componenti “contraddittorie” del suo pensiero, esso è evidentemente precario, pronto a spezzarsi di lì a poco, per far posto al suicidio.

Antonio Catalfamo